Penso sia cominciato tutto il 2 giugno 1998. Avevo cinque anni e assieme a mio papà e al mio prozio eravamo andati a vedere il passaggio del Giro d’Italia sul passo Fedaia, ai piedi della Marmolada. Ero un bambino e non avevo capito che, davanti a me, era passato colui che in futuro sarebbe diventato il mio idolo ciclistico: Marco Pantani. 

Ho sempre giocato a calcio e il ciclismo lo guardavo in tv con mio padre. I primi ricordi risalgono al Campionato del Mondo del 2003, Igor Astarloa vinse a sorpresa. Se ci penso, mi rivedo seduto sul divano con mio papà che sperava che rientrasse Paolo Bettini.

Ho cominciato a seguire questo sport dal 2005/2006, con il “Pistolero”, il duello Men'šov-Di Luca, gli assalti al Tour dei fratelli Schleck, il ritorno di Ivan Basso, Vincenzo Nibali in maglia Liquigas che attacca Wiggins al Tour ma viene stoppato da Froome. E poi le classiche monumento quando Boonen e Cancellara erano rivali. Ed infine i 2 ori mondiali e l’oro olimpico di Bettini e quello di Ballan a Varese.

Un giorno stavo lavorando con il mio prozio e discutevamo sul finale di una tappa del Tour con arrivo in salita. Lui se ne uscì con questa frase: “se jera Pantani, li varìe magnai tuti” (se ci fosse stato Pantani, li avrebbe mangiati tutti). Questo nome non mi era nuovo, cercai chi fosse e mi resi conto che mio prozio aveva ragione: era proprio forte. 

Nel 2014 accompagnai un amico a Malga Ciapela con una mountain bike degli anni ‘80. Erano nove chilometri di salita piuttosto facili ma era la prima volta che mi misuravo su quel terreno. Una volta arrivati sono salito ancora un po’ arrendendomi all’inizio del terribile rettilineo. Tornato a casa mi misi in testa che prima o poi sarei arrivato in cima, così due anni dopo, ho sfidato il Fedaia. Tre ore di salita con una pessima condizione fisica, ho sofferto parecchio ma il calvario mi ha dato consapevolezza: con l’allenamento e le attrezzature giuste, avrei potuto togliermi qualche soddisfazione. 

Nel corso degli anni ho corso bicicletta d’estate, quando il campionato di calcio era finito, facendo due o tre salite all’anno, Falzarego, Giau, Pordoi, Tre cime di Lavaredo, Fedaia, Sella.

Nel 2019, per problemi alla schiena, ho smesso di giocare a calcio e ho cercato di capire che sport potessi fare. A marzo 2020 tramite un amico mi sono procurato una bicicletta da corsa usata. Nonostante il Covid-19 abbia scombussolato il mondo intero, ciclismo compreso, avevo sentito che a giugno, la Deceuninck – Quick-Step si sarebbe allenata sulle Dolomiti e avrebbe alloggiato sul passo San Pellegrino che mi ero messo in testa di scalare. Due giorni prima di andare in montagna, mio papà mi chiamò dicendomi che Alaphilippe e la squadra erano sul passo. La bicicletta era arrivata e appena la vidi capii che era lei, la mia compagna di avventure. Nera opaca, con le scritte bianche. La mia prima vera bici da corsa.

La domenica salgo al passo e mi pareva di volare. Aspettato che la squadra rientrasse dall’allenamento per fare alcune foto mentre passa davanti a me la Trek Segafredo di Vincenzo Nibali. E’ stata una bellissima sorpresa che ha fruttato una fotografia con lo Squalo. 

A ottobre riuscii a concludere il giro dei 4 passi. Un’esperienza magnifica che sicuramente rifarò. Fu così che dall’inverno 2020 presi sul serio questo sport e attualmente cerco di fare 50 km a settimana da solo o in compagnia, in attesa di poter tornare sulle Dolomiti quest’estate e, Covid permettendo, riuscire a scalare un mito del Giro d’Italia: il passo dello Stelvio.

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